Ikat Chine, decorare il tessuto

21 Novembre 2014 / 21 November 2014

Chapan, Uzbekistan, seconda metà 1800, Museo Studio del Tessuto, FAR
Ikat e chiné sono due termini che identificano disegni bellissimi dai contorni “sfumati”. Questo particolare effetto trae origine da un’antica tecnica di tintura dei tessuti utilizzata in Paesi lontani tra loro.
Dopo la mostra Damaschi. Contrasti di luce dell’inverno 2013, che presentava pezzi dal Cinquecento ai primi del Novecento, il MuST ha proposto un allestimento per conoscere l’ikat, tecnica di tintura per riserva di antica origine orientale e lo chiné, la sua moderna interpretazione europea.

Nell’ikat i disegni dai contorni sfuocati sono ottenuti proteggendo parzialmente con una stretta legatura i fili di ordito o di trama.
I successivi bagni di colore, che interessano solo le aree non protette dei fili, costituiscono un tipico esempio di tintura “a riserva”. Solo allora si procede alla preparazione del telaio utilizzando i fili che risultano quindi già “disegnati”.
Lo chiné europeo del Settecento riprende questa tecnica; a partire dal primo Ottocento, per ridurre tempi e costi di esecuzione senza rinunciare al fascino dell’effetto sfuocato, si ricorre alla stampa diretta dei fili d’ordito, procedendo poi nella tessitura.
Dalle collezioni del MuST provenivano: sontuosi capi maschili dalle sgargianti fodere di cotone stampato, testimonianza di autentici tessuti ikat afgani della fine dell’Ottocento; taffetas lionesi del Settecento in cui la medesima tecnica, chiamata in Francia chiné a la branche, crea motivi floreali dai delicati colori molto in voga alla corte di Maria Antonietta; campioni di tessuto, oltre ad abiti provenienti da collezioni private, che rappresentano la produzione francese e italiana della fine dell’Ottocento e del Novecento. Lavoro di infinita pazienza manuale alle sue origini, interpretato in chiave industriale in Europa a partire dall’Ottocento, lo chiné é oggi vanto di alcune manifatture comasche che per l’occasione hanno prestato alla mostra tessuti stampati su ordito, realizzati negli ultimi decenni, per rispondere alle esigenze dell’alta moda internazionale.
Alcuni filmati illustravano al pubblico il procedimento di realizzazione dell’ikat, ancor oggi praticato a livello artigianale in alcuni paesi orientali.
Ikat and chiné are perhaps two enigmatic words for a non-specialist audience. They identify beautiful designs with blurred contours. This particular effect originates from an ancient dyeing technique used in many different countries.
Following the 2013 winter exhibition  – Damasks. Light contrasts – which displayed the damask technique through items dating from the XVI to early XX century, the MuST presented an exhibition to introduce the ikat, a dyeing technique of ancient Eastern tradition, and the chiné, its modern European interpretation.

In the ikat technique, the blurred-contour patterns are obtained through the reserve dyeing of warp yarns and their subsequent weaving. Reserve dyeing allows the colour to penetrate only in some areas of the yarns, while others are protected by a waterproof binder. The yarns are dyed according to the given pattern and these operations are repeated depending on the number of colours of the pattern. In the eighteenth century, France took up the ikat technique and called it chiné. Starting from nineteen century - in order to reduce production time and costs without sacrificing the charm of the blurred effect – the direct printing of warp yarns substituted the reserve dyeing.
From the MuST collection were on display: spectacular male’s smocks with flashy printed cotton linings, examples of the authentic Afghan ikats of the late XIX century; Lyonese taffetas of the XVIII century, where the same technique – called in France chiné à la branche – creates floral patterns popular at the court of Marie Antoinette; textile swatches, alongside dresses from private collectors, that represent the French and Italian productions of the late XIX and XX century.
A process of infinite steadfastness at its origin, reinterpreted by the industries in Europe since the XIX century, the chiné is now a pride of some Como manufacturers who have lent warp - printed fabrics, made in recent decades to meet the needs of international haute couture houses. The display also featured some videos  showing the ikat technique, still performed by craftsmen in some Eastern countries.